Steven Bradbury: l’australiano che vinse sul ghiaccio perché caddero tutti

Una vittoria olimpica improbabile quanto meritata

Per qualche secondo sembrò quasi che avesse sbagliato gara: Steven Bradbury pattinava lontano dai primi, mentre davanti a lui quattro campioni si contendevano l’oro olimpico a velocità folle. Il traguardo si avvicinava e l’australiano appariva ormai fuori dai giochi. Poi arrivò l’ultima curva: un contatto, le lame che si incrociarono e tutti gli avversari finirono sul ghiaccio. Tutti tranne lui.

Bradbury attraversò indenne il caos e tagliò il traguardo in prima posizione. Il 16 febbraio 2002, nella finale dei 1.000 metri di short track delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City, nacque una delle vittorie più improbabili nella storia dello sport.

Chi era Steven Bradbury prima dell’oro olimpico

Raccontare quella finale come il colpo di fortuna di uno sconosciuto sarebbe semplice, ma anche profondamente ingiusto. Quando si presentò a Salt Lake City, Steven Bradbury aveva 28 anni ed era alla quarta partecipazione olimpica. Aveva gareggiato ad Albertville 1992, Lillehammer 1994 e Nagano 1998: la sua era una carriera internazionale più solida di quanto lasci immaginare il celebre video della vittoria.

Nel 1991 aveva fatto parte della squadra australiana campione del mondo nella staffetta. Tre anni dopo, a Lillehammer, aveva conquistato il bronzo nei 5.000 metri insieme a Richard Nizielski, Andrew Murtha e Kieran Hansen. Quella medaglia era stata la prima ottenuta dall’Australia nella storia delle Olimpiadi invernali.

Steven Bradbury arrivava però all’appuntamento del 2002 dopo avere superato due incidenti capaci di interrompere qualsiasi carriera. Nel 1995, durante una gara a Montreal, la lama di un altro pattinatore gli recise profondamente la coscia destra. Furono necessari 111 punti di sutura e circa diciotto mesi di recupero. 

Nel 2000 si schiantò invece contro le protezioni durante un allenamento, riportando la frattura di alcune vertebre cervicali. Gli venne prospettata la possibilità di non gareggiare più. Eppure, riuscì ancora una volta a tornare sul ghiaccio.

La strada più incredibile verso la vittoria

La fortuna di Steven Bradbury non comparve soltanto nell’ultima curva della finale: il suo intero percorso nei 1.000 metri fu una successione di episodi favorevoli, letti però con lucidità da un atleta consapevole dei propri limiti.

Nei quarti di finale riuscì ad avanzare dopo la squalifica del canadese Marc Gagnon. In semifinale si trovò di fronte avversari più veloci e adottò una strategia precisa, concordata con l’allenatrice Ann Zhang: restare lontano dal gruppo di testa, evitare i contatti e sperare che la pressione portasse qualcuno a commettere un errore. Nello short track infatti, disciplina in cui più pattinatori affrontano contemporaneamente curve strette ad alta velocità, cadute e collisioni sono tutt’altro che rare.

Il piano funzionò. Una serie di incidenti e una squalifica eliminarono alcuni dei protagonisti più accreditati, consentendo all’australiano di conquistare un posto nella finale per l’oro. Non era il più rapido, ma era ancora in gara. E nello sport, a volte, questa è l’unica condizione davvero indispensabile.

Salt Lake City 2002: la gara finale in cui caddero tutti

La finale dei 1.000 metri riuniva cinque pattinatori. Oltre a Steven Bradbury c’erano lo statunitense Apolo Anton Ohno, il cinese Li Jiajun, il canadese Mathieu Turcotte e il sudcoreano Ahn Hyun-soo, destinato negli anni successivi a diventare uno dei più grandi specialisti dello short track con il nome di Viktor An.

Il livello era altissimo e l’australiano sapeva di non poter competere sul piano della velocità pura, lasciò quindi che gli altri quattro prendessero margine, accontentandosi – in via provvisoria – della quinta posizione. Il suo unico obiettivo, in quel momento, era di restare fuori da una possibile collisione, confidando nella prudenza come unica opportunità tattica.

L’ultima curva: il momento che vide il trionfo di Steven Bradbury

All’ultima curva Li Jiajun tentò di superare Ohno all’esterno, perse il controllo e diede inizio a una caduta collettiva. Lo statunitense venne coinvolto e finì per trascinare con sé Ahn e Turcotte. In pochi istanti, i quattro uomini che stavano lottando per le medaglie si ritrovarono distesi sulla pista.

Alle loro spalle arrivò Bradbury: rallentò leggermente per evitare i corpi e le lame sparse sul ghiaccio, quindi proseguì verso il traguardo. Sollevate le braccia senza riuscire davvero a esultare, sembrava incredulo quanto il pubblico. Steven Bradbury vinse in 1’29”109, davanti a Apolo Anton Ohno e Mathieu Turcotte, che riuscirono a rialzarsi e a completare la gara. Li Jiajun venne, invece, successivamente squalificato.

Fortuna o strategia?

La risposta più onesta è: entrambe. Senza la caduta degli avversari, Steven Bradbury non avrebbe vinto quella finale. Lui stesso non cercò mai di presentare la propria prestazione come una dimostrazione di superiorità. Disse di voler accettare la medaglia non per quei novanta secondi, ma come ricompensa per quattordici anni di lavoro e sacrifici.

Ridurre tutto alla fortuna, però, significa ignorare la preparazione necessaria per trovarsi su quella linea di partenza: Bradbury era sopravvissuto a incidenti gravissimi, aveva già disputato quattro Olimpiadi e conquistato medaglie mondiali e olimpiche in staffetta. Soprattutto, aveva scelto deliberatamente di pattinare dietro agli altri, sapendo che entrare nella battaglia per le prime posizioni avrebbe quasi certamente provocato la sua eliminazione.

Non controllava ciò che sarebbe successo davanti a lui, poteva, però, decidere dove farsi trovare nel caso in cui fosse successo qualcosa. 

Steven Bradbury e il commento della Gialappa’s Band

In Italia, la vicenda acquistò una seconda vita grazie alla Gialappa’s Band: il celeberrimo trio raccontò in chiave ironica il cammino olimpico dell’australiano, dai turni precedenti fino alla surreale finale, all’interno di un servizio trasmesso da Mai dire Domenica.

La loro voce trasformò la sequenza delle cadute in un crescendo comico irresistibile. Steven Bradbury divenne così un personaggio di culto anche per chi non aveva mai seguito una gara di short track. Il servizio contribuì a fissare nella memoria collettiva italiana l’immagine di quell’uomo lontanissimo dai primi che, mentre tutti gli altri si eliminavano a vicenda, continuava semplicemente a pattinare.

Che cosa significa “fare un Bradbury”

La sua impresa entrò persino nel linguaggio comune australiano: l’espressione “doing a Bradbury”, traducibile con “fare un Bradbury”, viene infatti utilizzata per descrivere una vittoria inattesa ottenuta approfittando degli errori o delle disgrazie altrui.

Il 16 febbraio 2002 Steven Bradbury conquistò il primo oro australiano nella storia delle Olimpiadi invernali. Dopo Salt Lake City si ritirò dallo short track, lasciando allo sport un’immagine impossibile da replicare: quattro favoriti a terra e l’ultimo uomo della fila ancora in piedi.

La sua storia continua a funzionare perché parla di qualcosa che va oltre la fortuna. Steven Bradbury non vinse inseguendo disperatamente chi era più veloce di lui. Rimase nella gara, scelse la propria posizione e attese. Quando il ghiaccio cambiò improvvisamente le regole, era l’unico ancora pronto a raggiungere il traguardo.

Che cosa significa “fare un Bradbury”

Questa volta il Cartellino Blu andrebbe mostrato agli avversari di Steven Bradbury, trascinati dalla velocità e dalla lotta per il primo posto fino a eliminarsi a vicenda. L’australiano scelse la strategia opposta: rimase fuori dalla bagarre, conservò lucidità e aspettò che la gara aprisse uno spiraglio. Gli altri provarono a conquistare il traguardo troppo presto; Bradbury seppe scegliere il momento giusto. E fu proprio l’attesa a portarlo per primo oltre la linea!


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